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Sito del centro di rieducazione psicomotoria ed assistenza pazienti con patologie psicomotorie

 

 

Terapia Neuromotoria



   Seduta neuromotoria: che parole difficili, ma cos’è?

   Nel nostro centro il paziente viene visitato e valutato in maniera qualitativa, cioè viene valutato ciò che potrebbe fare se “adeguatamente aiutato”. Non ci accontentiamo perciò di giungere alla sola e semplice diagnosi come etichetta, ma cerchiamo di andare oltre la diagnosi puntando soprattutto sulla modificabilità del paziente, cioè su quanto la sua prestazione (motoria e non solo) varia grazie alla mediazione che gli viene apportata, per poter così approntare il percorso riabilitativo dinamico e funzionale per quel preciso paziente. Questa è la prima grande differenza con altri centri dove vengono fatte diagnosi precise, con strumenti diagnostici dinamici, ma poi la diagnosi è statica, fredda, senza appello.

   La valutazione fisiatrica è quindi il punto di partenza e questa viene poi trasferita in modo concreto ai familiari dal terapista.

   Il terapista che attua la terapia neuromotoria si occupa di pazienti che sono nati con una lesione cerebrale o che l’hanno acquisita nel corso della loro vita e spiega al paziente stesso e a tutti coloro che lo circondano come utilizzare l’ambiente, la quotidianità, le relazioni con gli altri per raggiungere gli obiettivi a medio e lungo termine che la valutazione fisiatrica ha previsto e stabilito.

   Facciamo un esempio: se ho un bambino che sta seduto, ma che non ha ancora trasferito correttamente il carico sugli arti inferiori, dirò ai genitori come farlo sedere in casa, a scuola, come aiutarlo a vestirsi, a farlo alzare dal letto, come porgergli gli oggetti quando è seduto. In tal modo il lavoro che io farò in seduta terapeutica verrà ampliato nel corso di tutta la giornata e sarà condiviso dal paziente stesso e da tutte le persone che lo circondano nella sua quotidianità. perché condiviso con il pz e i suoi familiari.

   Ma anche se ho un adulto posso lavorare nello stesso modo: infatti se ho, per esempio, un paziente che risparmia la propria parte malata, chiederò a lui e alla sua famiglia di rivolgersi da quel lato, di farlo sedere a tavola in modo da poterlo orientare da quel lato, di organizzare l’ambiente dove lavora in modo da integrare i suoi due “lati”.

   Se invece, il paziente è molto grave e ancora non si muove, spiegherò alla famiglia come posizionarlo in modo che non trascorra tutto il tempo a letto: farò vedere dove metterlo in salotto, in cucina, in camera da letto, come portarlo fuori, in modo da sfruttare la quotidianità per stimolarlo e renderlo sempre più partecipe alla vita familiare e sociale.

   Queste indicazioni, che sembrano puramente motorie, si accompagneranno a consigli educativi, a strategie cognitive, relazionali, perché il nostro paziente non è solo un corpo “rotto” ma, è una persona, un corpo che ha dei ritmi e dei bisogni diversi dai “più”, che deve essere tradotto ai ”più” per essere capito, rieducato e valorizzato.

   Si cercherà di “spiegare” il paziente ai familiari in modo che essi, sfruttando la loro creatività, rendano il loro caro sempre più attivo, partecipe, desideroso di andare avanti e perdano quello stato d’impotenza che spesso assale di fronte alla malattia.


Bibliografia

-Appunti corso 2008 Valutazione disturbi neurologici dell’adulto Mary Linch;
-Gioco ed esercizio: il trasferimento delle proposte terapeutiche alla famiglia
-Angela Setaro, Convegno di Firenze 2011;
-Appunti corso Sviluppo neuro motorio del Bambino Castagnini 2010
-Approccio integrato alla riabilitazione del bambino con paralisi cerebrale: le competenze
  multidisciplinari e la terapia centrata sulla famiglia
-V Corso di Formazione Permanente in Neuroriabilitazione dell'Età Evolutiva Verona, 17-19
  novembre 2009

 
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